Quando parliamo di welfare nelle Case del Quartiere di Torino, ci confrontiamo con una questione concettuale preliminare: come chiamare ciò che facciamo? Welfare di prossimità, welfare di comunità? O altro? La scelta delle parole non è mai neutra, e le etichette che utilizziamo orientano le aspettative e delimitano i confini dell’azione.

La nostra esperienza ci suggerisce che le varie definizioni colgono tutte aspetti essenziali del nostro lavoro. La prossimità rimanda alla vicinanza fisica e relazionale: essere facilmente raggiungibili, praticare la vicinanza come processo di cittadinanza, offrire accoglienza e accessibilità. La comunità evoca invece la dimensione collettiva e partecipativa: il coinvolgimento attivo dei cittadini, la costruzione di reti, la responsabilità condivisa nel produrre benessere.

Un modello che sfida le categorie tradizionali

La nostra azione non si colloca all’interno del modello erogativo tradizionale dei servizi sociali, caratterizzato da logiche top-down, specializzazione settoriale e procedure standardizzate. Non si tratta di negare il valore dei servizi strutturati, ma di riconoscere che la complessità dei bisogni sociali richiede anche risposte diverse, più flessibili e integrate.

Gli sportelli sociali delle Case del Quartiere sono concepiti come “snodi di comunità”: luoghi a soglia praticabile, con accessi semplici e sburocratizzati, dove gli operatori diventano figure di riferimento con cui instaurare un legame fiduciario. Questo approccio intercetta persone che spesso non sono conosciute al servizio sociale pubblico: nel 2025, il 75% dei beneficiari che hanno raggiunto i nostri sportelli non era in carico ai servizi.

Il concetto di “soglia praticabile” si differenzia da quello di bassa soglia: permette alle persone di sostare, di frequentare uno spazio, di fidarsi, trovare un punto di riferimento relazionale da praticare autonomamente. Similmente ad un servizio di bassa soglia, gli sportelli lavorano per eliminare le barriere d’accesso che spesso scoraggiano le persone più vulnerabili, lavorando sulla semplificazione burocratica e la vicinanza relazionale. Non sono servizi costruiti per incontrare l’utenza “lì dov’è” ma servizi “facili da raggiungere”, non condizionati, collocati all’interno di luoghi comunitari che offrono nuove opportunità, non solo di assistenza. 

Ibridare il sociale, il culturale e il comunitario

Uno degli elementi distintivi del nostro modello è la scelta deliberata di ibridare dimensioni tradizionalmente separate: l’intervento sociale, l’offerta culturale e l’aggregazione comunitaria. Le Case del Quartiere sono luoghi dove la distribuzione alimentare convive con gli eventi culturali, dove lo sportello di segretariato sociale si affianca al centro estivo o laboratorio teatrale, dove la facilitazione digitale si intreccia con i pranzi comunitari.

Questa ibridazione risponde alla convinzione che il benessere delle persone non può essere scomposto in bisogni separati da affrontare con risposte settoriali. L’esclusione sociale non si riduce all’assenza di beni materiali: la scarsità di socialità, educazione e opportunità culturali costituisce un nodo cruciale nei percorsi di impoverimento. Per questo operiamo in “luoghi abitati” che diventano contesti di servizi specifici, ma anche della vita sociale e quotidiana.

Le Case incarnano così una logica di permeabilità sociale e fluidità relazionale, superando la classica distinzione tra servizi per l’agio e per il disagio. Operano senza soluzione di continuità tra bisogni e desideri, tra fragilità e risorse, diventando luoghi dove soggettività sociali diverse si incontrano e coabitano.

Prossimità versus formalizzazione: una tensione irrisolta

Il nostro approccio informalizzato e sburocratizzato si trova però in tensione con alcune dinamiche relative alla strutturazione delle progettualità: rendicontazioni dettagliate, indicatori di risultato, dati sui beneficiari, procedure di selezione e monitoraggio. Queste richieste, comprensibili dal punto di vista della accountability, rischiano di spingere verso una progressiva formalizzazione che può snaturare la specificità del nostro intervento.

È una contraddizione con cui facciamo i conti quotidianamente: come mantenere l’accesso a bassa soglia quando dobbiamo raccogliere dati anagrafici e socio-economici dettagliati? Come preservare la relazione fiduciaria quando siamo chiamati a categorizzare i bisogni secondo procedure predefinite? Non abbiamo soluzioni definitive, ma siamo consapevoli che la sfida sta nel negoziare continuamente tra l’esigenza di documentare e monitorare il nostro lavoro e quella di non irrigidire eccessivamente.

C’è poi un’altra dimensione di questa tensione. Da un lato, l’azione delle Case del Quartiere vuole stare dentro le politiche pubbliche: crediamo che per generare impatto reale sia necessario dialogare con le istituzioni, co-progettare interventi, contribuire alla costruzione di un sistema di welfare territoriale integrato. Dall’altro lato, però, vorremmo starci in una dimensione di cittadinanza attiva non “amministrativizzata”, per usare l’espressione del teorico della cittadinanza attiva, Giovanni Moro. Il rischio è che, entrando troppo dentro i meccanismi delle politiche pubbliche, le pratiche di attivazione civica perdano la loro flessibilità, autonomia e capacità di innovazione. È un equilibrio delicato: essere partner delle istituzioni senza diventarne appendici operative in logiche di affidamento di servizi, mantenere la spinta propulsiva della partecipazione civica, pur accettando le responsabilità che derivano dal gestire funzioni di interesse pubblico.

Costruire reti territoriali: il ruolo generativo delle Case

Un elemento qualificante del nostro modello è la costruzione di reti territoriali di prossimità. Le Case del Quartiere non agiscono come soggetti isolati, ma come facilitatori di connessioni tra associazioni, parrocchie, commercianti, scuole, servizi pubblici e cittadini attivi. Durante l’emergenza Covid, questo ruolo di tessitura territoriale è emerso con particolare evidenza: le Case hanno funzionato come snodi della Rete Torino Solidale, coinvolgendo centinaia di volontari e attivando reti di solidarietà locale.

Oggi le 8 Case del Quartiere collaborano stabilmente con una molteplicità di partner pubblici e del privato sociale (1.017 partner – dato VIS 2024). Questa capacità generativa di progettualità rappresenta un valore distintivo: le Case funzionano come piattaforme di co-progettazione dove singoli, gruppi informali e organizzazioni strutturate possono dare forma a idee e iniziative, beneficiando del supporto metodologico, amministrativo e relazionale offerto dal personale dei nostri staff.

Il carico degli operatori: una questione aperta

Questo modello di lavoro, caratterizzato da relazioni informali, flessibilità degli interventi e alta complessità dei bisogni intercettati, comporta un carico significativo per gli operatori. Lavorare al di fuori di procedure rigide significa assumersi responsabilità maggiori, gestire situazioni imprevedibili, sostenere relazioni intense e prolungate nel tempo.

Il rischio di burnout è reale e riconosciuto. La formazione continua e la valorizzazione del sapere diffuso degli operatori dovrebbe rappresentare un investimento necessario per sostenere un modello di lavoro che chiede molto alle persone coinvolte, ma che proprio nella qualità delle relazioni trova la sua specificità e il suo valore.

In conclusione

Il welfare di prossimità delle Case del Quartiere non si propone come alternativa ai servizi pubblici strutturati, ma come complemento necessario in un sistema di welfare plurale. La nostra sfida quotidiana è mantenere viva questa specificità – fatta di prossimità, informalità, ibridazione e capacità generativa – resistendo alle dinamiche che tenderebbero a normalizzarla entro schemi più convenzionali. È una tensione produttiva, che ci costringe a interrogarci continuamente sul senso del nostro lavoro e sul modello di welfare che vogliamo contribuire a costruire.

di Roberto Arnaudo e Sara Medici
Torino, 17 febbraio 2026

Video girato nelle 8 Case del Quartiere nell’ambito del progetto “Take Care – la cura è di Casa”, percorso su misura per migliorare il benessere della persona e della famiglia, partendo dalle reti sociali, sostenuto da UBI – Unione Buddhista Italiana (2022).