Presidente, ha visto nascere la Rete delle Case del Quartiere e le 8 Case del Quartiere. Cosa può raccontarci di sè e dei suoi primi mesi di attività?
Mi chiamo Gianfranco Presutti e da gennaio 2026 sono il nuovo presidente della Rete delle Case del Quartiere, incarico che svolgo a titolo volontario.
Di me posso dire che da oltre un anno sono in pensione e che, durante la mia attività lavorativa, mi sono occupato per la Città di Torino prevalentemente di rigenerazione urbana, fondi europei e innovazione. Accanto al lavoro, il volontariato è sempre stato molto presente nella mia vita e in quello della mia famiglia. Sono un genitore adottivo e da oltre 25 anni sono socio di un ente nazionale che si occupa di adozioni internazionali, all’interno del quale ho la responsabilità dei progetti di cooperazione e sviluppo in alcuni Paesi dell’America Latina e dell’Africa.
Ho accettato con piacere la proposta di seguire da vicino l’attività della Rete delle Case del Quartiere, una delle esperienze più interessanti e significative della nostra città. La Rete nasce dal contributo di otto Case del Quartiere, realtà promosse e cresciute a valle di processi di rigenerazione urbana in diversi quartieri di Torino.
Da quanto ho potuto osservare nei primi mesi di attività, la Rete si è molto sviluppata ed è diventata un vero patrimonio collettivo del territorio, riconosciuto in modo direi unanime. Proprio per questo motivo ritengo sia importante sostenerla e, se possibile, consolidarla.
La sfida per me è inserirmi in questa esperienza mettendo a disposizione il mio background di funzionario pubblico, ma senza farmi condizionare troppo dalla vecchia prospettiva. Cercherò piuttosto di mantenere una mente aperta e curiosa nel capire cosa significhi passare “dall’altra parte”, dove ho trovato persone che hanno scelto di dedicare la propria vita professionale – e credo si possa dire anche imprenditoriale – a un progetto ricco di significato per il territorio, ma privo delle garanzie e delle protezioni che il quadro pubblico normalmente offre.
Cascina Roccafranca
Quali sono gli impatti delle Case del Quartiere sulla città e sulle comunità?
Gli impatti sono notevoli. Alcuni sono visibili e facilmente rendicontabili; altri sono più immateriali, meno evidenti e quindi più difficili da documentare, ma non per questo meno presenti.
I primi sono facilmente consultabili nel documento di Valutazione di impatto sociale che la Rete produce ogni anno. In questo documento sono raccolti tutti gli elementi descrivibili attraverso i numeri: la dimensione fisica degli spazi disponibili, le persone coinvolte, il numero di attività svolte, i lavoratori impegnati direttamente e indirettamente, l’impatto economico generato, le reti locali attivate, i partenariati, gli sportelli e molte altre iniziative.
Gli impatti immateriali sono più difficili da misurare. Riguardano, ad esempio, il miglioramento della qualità della vita nei quartieri in cui le Case sono presenti, la salute delle persone, il contrasto al degrado urbano, la capacità generativa del modello. Sono aspetti complessi da analizzare e da quantificare.
Per questo, di fronte a ragionamenti così complessi, preferisco farne uno più semplice ed evocativo: proviamo ad immaginare come sarebbero i nostri territori senza le Case del Quartiere. Senza i loro spazi riqualificati, senza le occasioni di incontro che propongono, senza le migliaia di persone coinvolte. Qualcun altro avrebbe occupato quegli spazi? Ne avrebbe fatto un uso migliore? Da quali funzioni sarebbero stati riempiti? E soprattutto: chi avrebbe erogato quegli stessi servizi?
Più SpazioQuattro _ Ph Fabio Dipinto
Quali sono gli aspetti distintivi e peculiari del rapporto tra le Case del Quartiere e le politiche cittadine?
Questo è un tema che considero molto importante. I modelli gestionali delle Case del Quartiere sono diversi tra loro, ma condividono una caratteristica fondamentale: la volontà di tenere insieme una funzione pubblica – garantire occasioni di socialità, espressione e assistenza – con un modello di imprenditorialità sociale che deve necessariamente confrontarsi con il tema della sostenibilità economica.
L’attività delle Case non produce marginalità economica: non è questo il suo scopo. L’obiettivo è piuttosto offrire servizi ai cittadini, alle associazioni e ai gruppi informali del territorio. Si tratta di attività che spesso – anzi, quasi sempre – non sono particolarmente remunerative.
Per queste ragioni possiamo dire che le Case del Quartiere rappresentano, di fatto, un’estensione del perimetro pubblico. Ne condividono lo spirito e le finalità, pur operando con gradi di libertà maggiori, più adatti a mantenere un rapporto diretto con il territorio e a ridurre al minimo i vincoli burocratici.
A Torino l’azione delle Case del Quartiere è stata fin da subito riconosciuta e accompagnata dall’Amministrazione. Nel tempo si è costruito un rapporto parternariale stabile e continuativo, che andrà ulteriormente approfondito individuando strumenti amministrativi adeguati per sostenere questa esperienza: dall’utilizzo degli spazi al riconoscimento, anche economico, dei servizi resi alla città.
Barrito
Ha scelto di diventare il nuovo presidente della Rete delle Case del Quartiere: che cosa l’ha spinta? Quale visione vorrebbe portare alla guida della Rete?
Più che dire di aver scelto, direi che ho accettato un invito a svolgere questo ruolo: un ruolo che, se non mi fosse stato proposto, certamente non avrei cercato.
Non so dire con precisione cosa mi abbia spinto ad accettare, se non il fatto di essere in pensione, cosa che allo stato attuale considero un privilegio che mi richiede di restituire qualcosa, e la stima per le molte persone che lavorano e investono energie in questa esperienza.
Non ho l’ambizione di portare una visione personale: mi sembra che esista già una riflessione molto ricca, frutto di un lavoro collettivo e non individuale. Una riflessione che condivido e che dovremo continuare a far evolvere insieme.
Più concretamente, mi piacerebbe contribuire a consolidare questa esperienza, dialogando con tutti i soggetti che la sostengono. In particolare, credo sia importante porre con forza il tema delle condizioni di lavoro di chi opera nelle Case del Quartiere. Come dicevo prima, questi professionisti agiscono di fatto all’interno di un perimetro pubblico, pur senza godere degli stessi livelli salariali, delle stesse garanzie e delle stesse sicurezze.
Si tratta di un capitale umano di grande valore per la città, che merita di essere tutelato e messo nelle condizioni di continuare a svolgere il lavoro che ha scelto.
officine CAOS
Cosa si auspica per i prossimi dieci anni della Rete delle Case del Quartiere e per le otto Case? Quali sono gli spazi di crescita del modello?
Faccio fatica a guardare così lontano nel tempo: dieci anni mi sembrano davvero troppi.
Il modello delle Case del Quartiere non è unico e credo che non debba essere uniformato, anzi. Potrebbe esserci spazio per sperimentare nuovi modelli, magari applicabili alle nuove Case del Quartiere che speriamo nascano nei prossimi anni.
Il tema del modello è un terreno di riflessione e confronto molto interessante, credo anche per la parte pubblica, che – come noi – è alla ricerca di modalità efficaci di collaborazione tra pubblico e privato. Modalità che devono certamente garantire trasparenza e imparzialità da parte della pubblica amministrazione, ma che allo stesso tempo devono essere adeguate al contesto specifico delle Case del Quartiere e delle esperienze simili.
I temi sul tavolo sono molti e sono stati oggetto di discussione pubblica anche recente: la continuità delle esperienze, le forme di concessione degli spazi pubblici, la coprogettazione dei servizi, l’utilizzo delle risorse pubbliche.
Torino, 27 marzo 2026
In copertina: Cecchi Point